Ludus Magnus III (2019)

Ludus Magnus III: Antiqua et nova

 

Il respiro irregolare dei guerrieri colma l’aria immota del corridoio sotterraneo che conduce alla palestra, l’ultimo locale prima dell’imminente scontro; dense gocce di sudore imperlano la loro pelle e, radunati in rigoroso silenzio, riescono a percepire i battiti accelerati del cuore dei loro avversari. I migliori guerrieri, giunti dagli angoli più reconditi del pianeta, sono stipati nella camera che li condurrà al combattimento, ultimo baluardo prima della grande prova: percepiscono già il vociare eccitato del pubblico che attende l’evento e si esaltano. Il  momento in cui verrà mostrato il bivio tra la fama e l’oblio è imminente

Ai valorosi combattenti viene in mente la leggenda secondo cui il nome Colosseo, in realtà, nasce da un mito secondo cui il luogo dei combattimenti era in realtà un tempio in cui si adorava il maligno e in cui sedicenti stregoni rivolgevano agli adepti la domanda: “Colis Eum?”, ossia “Adori Lui?”, riferito al diavolo. Difatti, il caldo intenso e l’umidità quasi palpabile, unitamente ai vapori che si sprigionano dalla vicina fucina, rendono quel luogo simile agli inferi.

Il denso fumo che si sprigiona dai forni ardenti forma nell’aria figure antropomorfe simili a fochi fatui e a tremuli fantasmi danzanti, l’odore acre emanato dalla fucina esala sentori mefitici saturando i sensi, il suono del ferro incandescente forgiato rimbomba nell’etere colmandolo di attesa. L’ambiente acheronteo è lo stesso di quando era piccolo, dei tempi in cui lavorava i metalli plasmandoli alla sua volontà all’interno di una camera magmatica di un vulcano da cui esalavano vapori letali e filoni ardenti di lava che, come lunghe dita scheletriche, risalivano verso la superficie terrestre.

Adesso che si è fatto uomo lavora incessantemente per ottenere l’anelata rivincita nei confronti delle divinità che lo hanno ripudiato e reso avido di riscatto. Un tempo era un dio: Efesto, dio del fuoco, fabbro degli dèi. Figlio di Zeus e di Hera, quando nacque fu esaminato e ripudiato dalla madre che, quando lo vide, restò terrorizzata dal suo aspetto brutale. Vergognandosi di lui decise di scaraventarlo giù dall’Olimpo. Il piccolo dio precipitò così nel mondo degli uomini, iniziando a provare le sofferenze così profonde di esseri tanto lontani dalle divinità.

Il piano a lungo pensato è pronto. Efesto ha eletto come sua sede la fornace di Coccapani a Calcinaia dove lavora con frenesia primordiale per ottenere vendetta. Ha scelto i migliori uomini, i guerrieri più valorosi, che si confronteranno in cruenti duelli per dimostrare all’antico dio che possono meritare di essere al suo fianco quando tornerà nell’Olimpo per concedersi l’agognata e meritata rivincita.

Essere un dio, seppur caduto, comporta i suoi vantaggi, infatti, Efesto ha selezionato i migliori combattenti di tutti i tempi affinché si confrontino nel torneo Ludus Magnus III, Antiqua et Nova: pancrazisti, gladiatori, legionari, demoni incarnati in corpi umani con il solo scopo di distruggere e demolire i nemici.

Abili lottatori senza paura che hanno ricevuto il battesimo del fuoco e cui è stato insegnato a non indietreggiare mai, a non arrendersi mai e che l’estremo sacrificio sul campo di battaglia è l’onore e la gloria più grande che la vita possa offrirgli. Fanno esattamente quello per cui sono stati addestrati: sottomettere e far soccombere l’avversario senza alcuna pietà.

La data dello scontro si avvicina e i famelici combattenti si allenano duramente: l’adrenalina li pervade, fondendosi con i mortali gas sprigionati dalle fornaci in un miscuglio entropico. Sono consapevoli di avere un’unica opportunità per ottenere la supremazia, di confrontarsi in duelli in cui la clemenza non è prevista, di provare a breve il vero significato del sacrificio, di mostrare al pubblico chi sarà il vero vincitore dello scontro.

Gli dèi ignorano cosa sia la sofferenza, non conoscono l’odore acre e pungente della paura; ed è proprio questo che li renderà vulnerabili di fronte a uomini che sperimentano sulla propria pelle cosa sia il martirio, la volontà di ferro necessaria per ignorare il dolore di ossa rotte, di ferite impresse nella carne, del reale significato di lottare per la propria sopravvivenza. Il loro essere immortali è proprio il loro punto debole. Non c’è gloria senza patimento, non esiste redenzione senza prima aver sperimentato l’inferno. Gli dèi non comprendono che le madri dei guerrieri non piangono per la loro morte, ma quando nascono.

Ed eccoli lì i pretendenti, spasimanti come fiere tenute a digiuno da lungo tempo, esattamente come le belve feroci catturate dai romani in tutto l’impero e custodite in prigionìa, per poi essere liberate nel Colosseo il giorno dello spettacolo.

Ciò nonostante non è il timore a impadronirsi delle loro membra, ma solo la consapevolezza che non sono ammessi errori e mezze misure: esiste un labile divario tra realtà e percezione della stessa, un sottile confine che può trasformarsi in un abisso durante uno scontro e che può portare alla gloria. Ne sono coscienti.

Efesto sarà giudice imparziale, si godrà lo spettacolo da lui creato e ardentemente voluto. Non avrà rancore nei confronti dei perdenti, ma premierà i vincitori conducendoli nei cieli per far provare agli dèi così crudeli cosa sia la sconfitta, cosa significhi il tormento e il supplizio. Il dio rinnegato otterrà l’agognata rivincita e gli dèi si avvicineranno agli uomini sperimentando l’umiliazione della sconfitta. Questa è la sua speranza, questo è il suo scopo. Solo a quel punto lascerà il mondo terreno, augurandosi che la propria serenità ritrovata si perda in quella dei mortali.

Ludus Magnus III, l’occasione per far soffrire gli dèi.